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Come aprire una scuola privata PDF Stampa E-mail
Scritto da Avv. Amedeo Pisanti   
Sono insegnante di scuola elementare e, pur essendo nel mondo scolastico da pochi anni, sto pensando di uscirne perché mi piacerebbe intraprendere una mia attività. È davvero impossibile continuare a lavorare con i bambini in proprio? Avevo pensato a corsi propedeutici a varie forme artistiche: nella scuola queste attività restano marginali, mentre io amo l’arte, scrivo da molto tempo e ritengo che sia un grave errore trascurare l’aspetto creativo e fantasioso tipico dell’infanzia. Conosco la riluttanza della società ad investire in un settore del genere, poiché non generatore di immediati profitti. Non vorrei comunque rinunciare al mio sogno.

Ho letto della penuria di asili: impresa titanica aprirne uno? Ho 35 anni e ho sostenuto dieci esami a Pedagogia, attualmente Scienze della Formazione.

 

La legislazione vigente consente ad un privato di aprire e gestire una scuola non statale autorizzata. L’iter burocratico, se confrontato con gli adempimenti ai quali sono tenute talune aziende per l’inizio dell’attività, non è particolarmente complesso e consiste prevalentemente nell’ottenimento di una serie di autorizzazioni e certificazioni.

 

Occorre innanzitutto ottenere da parte di un tecnico e della competente ASL la certificazione dell’idoneità dei locali nei quali si intende svolgere l’attività. Tali certificazioni devono riguardare sia la staticità che la rispondenza alle norme di sicurezza ed igienico sanitarie dei locali. La certificazione rilasciata non deve avere carattere generico, ma fare preciso riferimento al tipo di utilizzazione cui saranno destinati i locali e al numero massimo di alunni che la struttura può ospitare.

 

Per quanto riguarda il personale docente, la legge richiede che sia in possesso di idoneo titolo di studio: di abilitazione rilasciata da un istituto magistrale per l’insegnamento nelle elementari, di diploma di scuola magistrale per l’insegnamento nella scuola materna o di attestazione del superamento di concorso per la scuola materna sempre per l’insegnamento nella stessa. Le norme in materia di prevenzione ed igiene, particolarmente attente a tutelare la salute degli alunni, richiedono inoltre l’attestazione della idoneità fisica del personale docente all’esercizio dell’attività, attraverso una documentazione sanitaria che attesti l’avvenuto accertamento sierologico e la mancanza di impedimenti per l’esercizio della funzione docente. Un’analoga documentazione è richiesta per il personale ausiliario nel caso la scuola offra anche un servizio di refezione. Sono richieste inoltre le consuete autocertificazioni generalmente necessarie per l’accesso ai concorsi.

 

Una volta in possesso delle documentazioni richieste, il gestore potrà inoltrare una istanza alla Direzione didattica statale competente, se trattasi di scuola elementare o materna, oppure al Comune, se trattasi di asilo nido. La differenza tra scuola materna ed asilo nido, termini usualmente adoperati come sinonimi nel gergo comune, sta nell’età dei bambini: fino ai 3 anni d’età i piccoli possono essere iscritti all’asilo nido, dopo alla scuola materna. Più modernamente definibile come “scuola per l’infanzia”.

 

La stessa scuola elementare, con il riordino dei cicli, verrà a far parte della “scuola di base” che comprenderà anche la scuola media: suggerirei, quindi, di avviare subito le pratiche per l’autorizzazione al fine di avvalersi dell’attuale, consolidata normativa.

 

L’istanza con la quale si chiede di essere autorizzati all’esercizio dell’attività solitamente va redatta su un apposito modulo predisposto dalle Direzioni didattiche o dai Comuni ed in esso va indicato il numero delle classi con allegati gli elenchi nominativi degli alunni, nonché gli orari di funzionamento della scuola.

 

A questo punto la scuola non statale autorizzata potrà cominciare la sua attività. È possibile tuttavia avviare un’ulteriore procedura per la scuola elementare, ai sensi dell’Ordinanza ministeriale 215/92 ed ottenerne la parifica. Differentemente dalle scuole non statali autorizzate, quelle parificate, pur restando soggette alla vigilanza del Dirigente del Circolo didattico competente per territorio, possono rilasciare i titoli di studio di licenza elementare, ai quali è riconosciuto lo stesso valore legale di quelli degli istituti statali. Le scuole parificate, differentemente da quelle autorizzate, sono tenute ad accogliere gratuitamente i bambini soggetti all’obbligo scolastico nel limite delle classi previste dalla convenzione di parifica, sulla base della quale esse ricevono contributi in denaro da parte dello Stato. Tuttavia, le scuole parificate sono solite richiedere comunque agli iscritti contributi per coprire le spese di servizi supplementari da loro offerti in orario aggiuntivo (materie non curriculari, attività doposcolastiche, ecc.) o per la refezione, per la fornitura di particolari sussidi, per le divise o altro.

 

Da quest’anno anche le scuole parificate sono tenute ad affrontare il loro Piano per l’offerta formativa (pof).

 

La domanda per l’ottenimento della parifica va presentata entro il 31 dicembre di ciascun anno al Provveditorato agli studi competente. Anche per questi Uffici è imminente la riforma che ne prevede diverse articolazioni e competenze. Vanno allegati alla domanda un documento comprovante il possesso della personalità giuridica da parte dell’ente richiedente o l’atto costitutivo della società di gestione, copia del contratto individuale di lavoro per i dipendenti della scuola e la documentazione comprovante l’idoneità dei locali.

 

Poiché mi sembra di capire dalla sua lettera che Lei è insegnate di ruolo in una scuola statale, Le ricordo che la sua attuale occupazione la pone in una condizione di incompatibilità con l’esercizio di un’attività privata quale la gestione di una scuola non statale o anche semplicemente l’insegnamento nella stessa. Dovrebbe pertanto presentare le dimissioni, con tutte le conseguenze sfavorevoli che ciò comporta.

 

Esiste tuttavia una strada intermedia. L’attuale normativa sul part time nella pubblica amministrazione prevede che il dipendente possa fare richiesta di riduzione del proprio orario di lavoro a fronte di una diminuzione dello stipendio, ma non del trattamento pensionistico (riceverà quindi una volta raggiunta la richiesta anzianità la stessa pensione che avrebbe avuto lavorando a tempo pieno, ovviamente a condizione che mantenga l’entità dei versamenti contributivi) e che possa chiedere di essere autorizzato allo svolgimento di una seconda attività lavorativa collaterale, purché questa non sia ritenuta incompatibile con quella esercitata in via principale.

 

Va precisato che l’amministrazione ha la facoltà, non l’obbligo di concedere la riduzione dell’orario, se compatibile ed utile alle proprie esigenze di funzionamento.

 
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